Mondiale i grandi assenti

Da Manè fino a Pogba: a casa rimane una squadra di fuoriclasse

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Mondiale i grandi assenti. Dici Mondiale e pensi ai fuoriclasse. La rassegna iridata a cadenza quadriennale – scongiurando una possibile collocazione ogni due anni – spesso mette in luce i grandi interpreti del pallone. Da Pelè a Maradona fino al Fenomeno, ci sono nazionali che si sono appoggiate sulla qualità di questi campioni, visibilmente sopra la media. In ultimo le affermazioni continentali di Cristiano e Messi confermano questo dato. Perciò oggi, sulle coste del Senegal, si respira aria di beffa: la rappresentativa campione d’Africa si proponeva come possibile sorpresa esotica del Mondiale – sulla scia del Ghana nel 2010 – ma ha scoperto di dover rinunciare al suo fuoriclasse Sadio Mane, ultimo di una lunga serie di infortunati. Dobbiamo per forza di cose ragionare su un fatto: è possibile mai che la FIFA non abbia considerato la collocazione invernale una pregiudiziale sul fisico dei campioni? Considerando anche la litania del malcontento generata dai calendari sovraffollati, come è potuto succedere? Il mese – giorno più giorno meno – che intercorreva tra la fine dei campionati e l’inizio della rassegna è il minimo sindacale per il recupero, fisiologico e mentale, dei calciatori. La serie A si stopperà il 13 novembre, il 20 il via al mondiale: sette giorni per recuperare, allenarsi, riposarsi, studiare gli avversari. Appare difficile far collimare questi aspetti, ma ai padroni del gioco interessa poco. Le menti più maliziose sostengono che FIFA&Co stiano trasformando l’industria-calcio secondo il modello “cinese”: i giocatori ormai – in cambio di una remunerazione più che soddisfacente – sono mossi come marionette secondo i fili dei “burattinai”, venendo spremuti per arricchire il PIL delle confederazioni, sempre più venali. Oggi un top player gioca più o meno 60 partite in una stagione, a chi mai sarà venuto in mente di collocare l’appuntamento di una vita in un periodo di sovraccarico tale? Senza considerare la follia del Qatar, il fazzoletto di terra nel Golfo ora comprendente più stadi che ospedali. Blatter e Platini, giocolieri della politica economica calcistica, ci devono delle risposte, le intercettazioni a nostra disposizione non fanno altro che aumentare i dubbi. Insieme all’impronosticabile destino e ai limiti fisici, i due vecchi mecenati del pallone sono direttamente responsabili dell’assenza di più di un fuoriclasse, tagliato fuori dal calcio che ha altri interessi.

Mondiale i grandi assenti, non solo Manè

L’ultimo in ordine di tempo è il senegalese, forse anche la mancanza più eccellente della rassegna. La Francia ad esempio è emblematica: dovrà difendere l’oro senza il centrocampo del 2018. Sia Pogba che Kantè hanno alzato bandiera bianca; il primo alle prese con i problemi alla coscia – cercati di inibire con la terapia conservativa – è dovuto andare sotto i ferri e tornerà nel 2023; allo stesso modo N’Golo da qualche tempo combatte con i tendini. Vero, i 30 anni sono arrivati per entrambi, ma crediamo che se il mondiale fosse rimasto estivo ci sarebbero stati. L’Inghilterra, ricca fucina di talenti, difetta sulle fasce: alla luce di ciò la mancanza di Chilwell e James è una doccia fredda per Southgate, arrivato al torneo della verità; specialmente su James il tecnico contava parecchio, come dimostra il gradimento del suddetto rispetto ad Alexander-Arnold. Spostandoci in Sudamerica notiamo la mancanza del fragile Arthur – in una spirale negativa che non si è fermata con l’addio alla Juve – sempre utile per Tite; i cugini argentini invece dovranno rinunciare a Lo Celso, che bene aveva fatto in Coppa America al servizio di Scaloni. Viaggiando verso nord arriviamo al Messico, in cui non figurerà una delle punte di diamante, ovvero Jesus Corona, a casa con il perone fasciato. Attraversando l’Atlantico giungiamo in Portogallo dove Diogo Jota, il cui polpaccio non ha retto gli ultimi sforzi, guarderà la rassegna in TV. Lo stesso olandese Wijnaldum, come sanno i romanisti, è da settembre ai box per la tibia. La Germania cerca disperatamente il finalizzatore che le permetterebbe di tornare ad essere temibile; i candidati non sono molti, e il principale indiziato – Timo Werner – ha la caviglia gonfia. C’è n’è per tutti i gusti e tutti i ruoli, a dimostrare l’impatto che ciò avrà sulla manifestazione. Dagli infortunati all’assegnazione al Qatar, dalla collocazione invernale ai presunti scandali che (forse) scoppieranno, insieme alle leggi islamiche che intendono fare rispettare, questo è tutto fuorchè un Mondiale ordinario.

Mondiale i grandi assenti, chi spera ancora

C’è un manipolo di calciatori che al mondiale ci crede ancora, chi più chi meno. I tifosi del Milan sanno di Maignan, che sembrava avviarsi a pensionare Lloris, ma il polpaccio del portierone francese non ci permette di sbilanciarci. A guardia dell’uno o dell’altro mancherà quasi per certo Kimpembe, altro protagonista in Russia. Tripletta clamorosa invece per i Tre Leoni: Walker, Phillips, Smith Rowe; i primi due titolari in finale a Wembley contro gli azzurri e il terzo in grande spolvero tra le file dell’Arsenal (tutti e tre alle prese con problemi muscolari). L’Uruguay non potrà schierare Araujo (in forza al Barça) in difesa; il suo collega in Catalogna, Depay, è anch’esso in forte dubbio per gli Oranje (coscia e adduttore). Veniamo a nomi grossi, a pezzi da 90. La telenovela sanitaria di Lukaku non si è arrestata: Martinez ha deciso che se non sarà pronto entro i primi di dicembre non lo porterà – i tifosi dell’Inter gradirebbero senza dubbio – perdendo così il suo trascinatore. Da inizio agosto ormai i muscoli di Big Rom si sfibrano come tessuto al telaio, bisogna agire in nome delle sue reali condizioni, dice il tecnico. Cambiamo continente: Paulo Dybala vuole esserci, non vuole essere accantonato per la lesione al retto femorale. Sta recuperando e anche i romanisti hanno capito quale è la sua priorità imminente; dopo l’amaro Mondiale di Russia e la Coppa America vinta dai compagni farà di tutto per presenziare, una grande occasione di riscatto alla soglia dei 30 anni. Ultimo, e più importante, Marco Reus: ogni qualvolta si avvicina una rassegna per nazionali la nuvola di Fantozzi lo segue e lo azzoppa. L’unico superstite del Borussia di Klopp, la sola bandiera del calcio moderno, ha pagato il dazio di un fisico fragile. Presente solamente ad Euro 2012 e Russia 2018 – non le migliori apparizioni dei tedeschi – ha saltato a piè pari Mondiale ed Europeo (’14 e ’16) e neanche ad Euro 2020 è riuscito ad esserci. Questo ragazzo, tra i più tecnici al mondo, non ha vinto il Mondiale. Una maledizione ingiusta per un talento cristallino, mi dispiacerebbe molto se dovesse rinunciare al – probabile – ultimo ballo in bianco. Anche il lettore più disattento ha intuito una cosa: escludendo Wijnaldum e J. Corona (ironia della sorte tibia l’uno e perone l’altro) sono tutti alle prese con problemi muscolari. E questo da un lato è un bene, nel senso che questa lista non è stilata come risultante di interventi killer tra giocatori; ma dall’altro lato evidenzia il profondo errore concettuale che risiede nella scelta del Qatar, i cui petroldollari hanno fatto traslocare un novantaduenne suonato (il Mondiale n.d.r.) da luglio a novembre, all’apice dell’agonismo sportivo autunnale. Speriamo dunque che alcuni di loro ce la facciano, tuttavia sono pronte nuove stelle determinate a non farli rimpiangere. Due spunti di riflessione: si parla tanto di Musiala in questi giorni, riuscirà a fare il Reus? L’Olanda non avrà il suo metronomo Wijnaldum, come si comporterà il baby gioiello del PSV Xavi Simons, nella stagione della sua esplosione? Bello il calcio, c’è sempre un modo per ribaltare il tutto, tranne per noi italiani, maledizione.



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