Sinisa Mihajlovic e una battaglia chiamata vita

Dopo tre anni di malattia si è spento il tecnico serbo, aveva 53 anni

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Sinisa Mihajlovic e una battaglia chiamata vita
Sinisa Mihajlovic e una battaglia chiamata vita

Sinisa Mihajlovic e una battaglia chiamata vita. Mihajlovic è stato un unicum, e già ci manca. Scorrendo le pagine della sua vita, sempre dedita al calcio, vediamo questo personaggio peculiare riuscito nell’intento di farsi amare in ogni posto dove abbia lavorato. Nei suoi 30 anni di pallone si è regalato più o meno a tutti: lui è la Samp, la Lazio, l’Inter. Ma anche la Roma, la Fiorentina, il Milan. Come dimenticare poi il Catania, il Torino e il Bologna, tappe di inizio, rinascita e fine. La sua figura eterna è però quella di generale dei Balcani: fa parte di quella generazione dei nati oltre l’Adriatico che ha giocato per due nazionali (o 3, come Stankovic): prima la Jugoslavia, poi Serbia e Montenegro. Era partito tutto da lì, dalla Belgrado che si preparava alla guerra d’indipendenza, quando nel 1991 fece parte di quegli 11 uomini che – secondi solo ai rumeni dello Steaua – riportarono la Champions al blocco orientale, dove non è più tornata. Insomma, Sinisa è venuto da noi non solo per quella discreta praticaccia nel tessere le geometrie in campo, ma anche perché di là del mare iniziava ad instaurarsi quel clima prebellico che plasma meglio di qualsivoglia leva obbligatoria. Il contesto storico e sociale hanno formato la sua personalità, sviluppando quel carattere burbero, impassibile e tagliente, mutuato anche dai suoi maestri. Non meravigliamoci se è diventato un allenatore di discreto livello: quando soggetti come Boskov o Eriksson ti elevano a Sergente dello spogliatoio un motivo ci sarà. Tanto che Mancini nel triennio interista non lo lascerà andare via: erudirà il suo vice nel mestiere e al contempo si farà dare lezioni di temperamento leonino. Perché si, quando parlava Sinisa ruggiva un leone.

Sinisa Mihajlovic e una battaglia chiamata vita, la malattia

Sempre un leone, anche in quella conferenza stampa. Era il 2019, tre anni che sembrano tre lustri: a metà luglio Sinisa scopriva di essere affetto da leucemia. Lo comunicava con un filo di commozione nella “sua” Bologna: mai si era vista in tre decadi una lacrima rigare il volto rude del generale. Ma era una commozione speranzosa, carica di quel filo di ybris che lo caratterizzava: era spavaldo, ma leggermente spaventato, nell’accingersi ad affrontare l’ennesima tappa della sua vita sempre in battaglia, perché questa volta il tackle sulle caviglie non sarebbe bastato. Dopo aver seguito la squadra dall’ospedale si presentò – finita la prima sessione di terapie – subito in panchina, nel giro di qualche settimana. Ritrovammo un Sinisa magro, con il viso scavato ma sempre portatore di quello sguardo deciso e prorompente; qualche ruga era uscita fuori con la chemio e il cappello in testa si faceva simbolo della battaglia in corso, insieme al foulard sfoggiato al rientro in panchina. Tutto questo non gli ha impedito di lavorare e dedicarsi alla squadra, anche quando era costretto a rimanere allettato. Il mestiere l’ha aiutato a non cadere nel tunnel del tumore; difatti, per un paio d’anni, man mano che il suo fisico si ristabiliva, abbiamo pensato la malattia lontana e sbiadita. Il trapianto di midollo osseo ci aveva fatto credere che la fase critica fosse superata. Poi quest’estate il secondo ricovero al quale seguì, più crudele di una staffilata, l’esonero dalla panchina del suo Bologna. Nonostante tutto, appena dieci giorni fa disquisiva con Zeman alla presentazione del libro del boemo. Dopodiché le condizioni sono precipitate e oggi ci ha lasciati. Quando si ritirò, riabbracciò la fede a Medjugorje: già lo vedo, con quel sinistro divino, tirare punizioni nel cielo, che scambieremo per le traiettorie dei jet.

Sinisa Mihaijlovic e una battaglia chiamata vita, le punizioni

Ah, le punizioni di Sinisa. Io, nato nel secolo corrente, ho avuto la sfortuna di poterle vedere solo su YouTube. Con ogni maglia, in ogni stadio, in ogni porta. Un sinistro annoverato tra i migliori della storia, sicuramente tra i più raffinati della Serie A. Porta in dote due record: 3 punizioni segnate in una partita (condiviso con Signori) e 28 nella nostra lega. Mancini, quando lo teneva in panca, lo usava come mossa della disperazione, pregando arrivasse la fatidica punizione: spesso ha avuto ragione a mettere il regista e non l’attaccante. Perché se il regista è Sinisa già sai che, una volta piazzato il pallone, il più è fatto. Rincorsa breve, collo o interno non fa differenza, filo al palo e portiere battuto. La grande bellezza delle punizioni, un fondamentale del gioco in cui oggi sono rimasti davvero pochi gli interpreti eccellenti, e nessuno si avvicina a quel sinistro baciato da Dio. E infatti ancora oggi, ad anni di distanza, ogni qual volta un giocatore della Lazio si accinge a calciare una punizione, dalla Nord parte il coro: “E se tira Sinisa, e se tira Sinisa, e se tira Sinisa è gooool!”. Tra le pezze biancocelesti, lo striscione “Sinisa tira la bomba” è sempreverde. Lo stesso dicasi per San Siro, soprattutto in tempi recenti, e per ogni tifoseria da cui Sinisa è stato adottato. Questo succede quando la bellezza balistica entra negli occhi delle persone, passa dal cervello e arriva fino al cuore, creando quel legame inscindibile tra la folla e il calciatore. Nessuno lo dimenticherà, neanche i suoi più grandi rivali. Alla fine è stato vinto dalla malattia, ma la sua battaglia chiamata vita – come ha detto Massimo Marianella – l’ha portata ai tempi supplementari. Grazie Sinisa, italiano dei Balcani.

 

 

 

 



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