Joe Dimaggio: quando lo sport va oltre il gioco e diventa integrazione

Nell’anniversario della sua nascita, ricordiamo Joe Dimaggio, uno dei più grandi giocatori di baseball di tutti i tempi e simbolo della comunità emigrata italiana di New York

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Joe Dimaggio, un'eroe per gli emigrati italiani

Joe Dimaggio: quando lo sport va oltre il gioco e diventa integrazione- Oggi, 25 Novembre 2021, è l’anniversario della nascita di Giuseppe Paolo Di Maggio, noto alla maggior parte con il nome americanizzato di Joe Dimaggio. Considerato uno dei giocatori di baseball più importanti di tutti i tempi, Joe Dimaggio ha militato nella Major League Baseball (MLB) per ben 13 stagioni, tutte con i New York Yankees, con i quali ha vinto per ben nove volte le World Series. Un anno dopo il suo addio al baseball da giocatore, nel 1952, la squadra decise di ritirare la sua maglia numero 5, rendendogli così omaggio. Solamente tre anni dopo, nel 1955, Joe Dimaggio venne inserito nella National Baseball Hall of Fame facendolo così entrare nell’Olimpo del baseball. Queste statistiche sono importanti per capire la sua importanza in questo fantastico sport. Tuttavia, i meriti di Joe vanno oltre il solo campo da gioco…

Joe Dimaggio non è stato solamente un grande giocatore, bensì anche un modello di integrazione. In che senso vi chiederete? Beh, Joe Dimaggio ha rappresentato, nell’arco delle sue tredici stagioni, non solo i tifosi dei New York Yankees, ma anche i milioni di emigrati italiani residenti a New York. Come molti sanno, la Grande mela è stata per decenni meta d’emigrazione italiana. Costretti a fuggire dalla miseria, speranzosi in un futuro migliore, molti nostri connazionali tentarono la fortuna oltre l’Atlantico, approdando così ad Ellis Island. Solamente che ad attenderli non vi era il paradiso, bensì l’inferno. Molti arrivavano, s’imboccavano le maniche e trovavano umili lavori per mettere da parte un po’ di soldi: lustrascarpe, operai, manovali Ma il problema non era il lavoro, bensì la xenofobia. La vita degli emigrati andava avanti, annaspando in un torrente di odio e pregiudizio, dal quale cercavano invano di uscire.

Come molti emigrati dell’epoca, gli italiani erano agli occhi degli americani un branco di rozzi, miseri, stupidi e criminali. Questo era la descrizione della “razza” italiana. Pian piano che gli italiani arrivavano, si formarono le prime “Little Italies”. La comunità si fece più folta e solida, ma l’atteggiamento degli americani nei loro confronti rimase lo stesso. Essere italiani era qualcosa da nascondere, anziché da proteggere. Si era sviluppata quella che potrebbe essere definita una sorta di “bassa autostima etnica”. Chi era italiano, si sentiva inferiore agli statunitensi. Per risollevarsi, gli italo-americani iniziarono allora a cercare dei modelli, delle persone alle quali aggrapparsi e che li aiutassero a portare la loro italianità fuori dal torrente di odio e pregiudizio e riuscire così a tutelare le loro radici. E fu proprio lì, in quel momento, che arrivò Joe Dimaggio.

Il giocatore di origine siciliane divenne in poco tempo l’idolo degli italiani. Ogni battuta, ogni fuori campo, era un punto a favore per i nostri connazionali emigrati. Joe Dimaggio era amato da tutti, era l’uomo che univa il tricolore con la bandiera a stelle e strisce. I bambini italo-americani, giocando a baseball nelle strade e nei parchi di Manhattan, fingevano di essere lui, imitandolo nelle sue imprese e sognando un giorno di diventare come Joe. Finalmente avevano qualcuno come loro. Un italiano figlio di emigrati, che li rappresentasse, che gli desse speranza. Però Dimaggio non ebbe solo il merito di aver fatto sognare dei ragazzi a occhi aperti, ma di aver ripulito l’immagine della comunità italiana. Gli americani non ci associavano più ad Al Capone, bensì a Joe Dimaggio, Tony Lazzeri, Yogi Bera, Phil Rizzuto, Tommy LaSorda e di storia più recente Craig Biggio e Mike Piazza. Questi giocatori sono stati una guida per chi era fiero delle proprie origini italiane, ma doveva nasconderle per paura del pregiudizio.

Il rapporto dell’Italia con il baseball oggi- Nella seconda metà del Novecento, l’emigrazione italiana di massa verso gli Stati Uniti terminò. La comunità è ora ben integrata e non ha più bisogno di modelli ed esempi che li aiutino a tutelare le proprie radici. Tuttavia, la situazione si è in un certo senso ribaltata. Ora l’Italia ha ricambiato il favore al baseball e lo ha “ospitato” nel proprio paese. Da sport di immigrati, a “sport immigrato”.

Va detto che il gioco non ha ancora attecchito in Italia, tuttavia i risultati arrivano. La Nazionale di baseball italiana, allenata tra l’altro dal già citato Mike Piazza, ha avuto molte soddisfazioni. Nel 1954 ha vinto la prima edizione del campionato europeo di baseball. Da allora l’Italia ha partecipato a 35 edizioni vincendone 10. Per ben 17 volte è arrivata seconda e cinque volte si è dovuta “accontentare” del bronzo. 35 partecipazioni, 32 volte sul podio. Mica male eh? Meglio di noi solamente i Paesi Bassi, con 24 titoli su 33 partecipazioni. Inoltre abbiamo partecipato 18 volte ai Mondiali di Baseball (competizione cancellata nel 2011) e a tutte le edizioni del World Baseball Classic (competizione che ha sostituito i mondiali).

Lo sport serve ad allenare il corpo e la mente, ma anche a fare amicizia, socializzare, aprire la propria mente, solidarizzare con gli altri, imparare cose nuove e, per ultimo ma non meno importante, a integrarsi. E il baseball ne è un esempio. Perché non importa chi sei e da dove vieni, che lingua parli e di che colore hai la pelle. Quando starai lì in battuta, con i tacchetti sporchi di fango, toccandoti la visiera del capellino che tante volte ti ha protetto da sole e dalla pioggia, con una mazza di baseball in mano pronto a colpire con tutta la forza che hai una palla bianca di gomma, allora sì, che siamo tutti uguali.

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