Francesco Baldini in esclusiva a SuperNews

“Napoli la mia esperienza più importante. Smalling il prototipo del difensore”

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Ai microfoni di SuperNews Francesco Baldini, allenatore di calcio ed ex giocatore di Napoli, Genoa, Reggina, Juventus e Lucchese. Il difensore toscano classe ’73 ha ricordato i momenti salienti degli anni del suo calcio giocato, raccontandoci il debutto in prima squadra con la Lucchese, la breve ma intensa parentesi con la maglia della Juventus e soffermandosi sulla lunga esperienza a Napoli. Infine, Baldini ci ha svelato quali siano state le sue più grandi soddisfazioni sportive e in quale squadra italiana vorrebbe tornare a difendere.

Hai trascorso le giovanili nella Lucchese. Nel 1991-1992 sei stato allenato da Marcello Lippi, che ti ha fatto esordire in prima squadra. Come è avvenuto il tuo debutto in prima?
Avevo diciassette anni, ero giovanissimo. Quell’anno, l’allenatore della primavera della Lucchese era Andreazzoli, mentre Lippi era il mister della prima squadra. Andreazzoli mi aveva cambiato ruolo: da centrocampista passai a difensore, un ruolo che non volevo fare, ma che mi fece guadagnare la convocazione in prima squadra. Infatti, dopo aver assistito ad una partita della primavera, Marcello mi notò e mi portò subito in prima. Qualche settimana dopo, debuttati in trasferta contro il Lecce, partita che vincevamo 2 a 0, con il risultato ancora in bilico. Questo lo reputo un grande attestato di stima nei miei confronti.

Sei stato acquistato dalla Juventus nel 1993 per 3 milioni di lire. Anche se hai totalizzato solo due presenze, che esperienza è stata quella di giocare con la maglia bianconera ed esordire in Serie A sotto la guida di un allenatore come Trapattoni?
E’ stato tutto rapidissimo. Passai dalla Lucchese, squadra del Baldini ragazzino, che giocava ancora con le figurine, a scendere in campo, da un giorno all’altro, con Vialli, Baggio e i grandi della Juventus. Quando il presidente della Lucchese mi chiamò per comunicarmi che mi aveva venduto ai bianconeri, ricordo di avergli risposto: “Ma la Juventus dei piccoli o dei grandi?”. Non ci credevo. Fu un’emozione immensa, soprattutto perché sono juventino da quando sono bambino. Debuttai al Delle Alpi, me lo ricordo benissimo. Nonostante fossi ancora molto giovane e appena arrivato a Torino, spesso non accettavo di non giocare. Ricordo che, dopo una partita contro il Milan, in cui tutti i difensori si erano infortunati, Trapattoni decise di far giocare Notari piuttosto che far entrare in campo me. A fine partita, bussai alla sua porta chiedendogli spiegazioni. Non è mai stato facile spiegarmi di dover stare in panchina. (Ride).

La seconda squadra di Serie A ad acquistarti è stata il Napoli, nel ’95 e successivamente nel 2002. Nel 1998 sei stato capitano del club e hai anche raggiunto la finale di Coppa Italia, persa poi contro Vicenza. Napoli è stata la tua piazza più importante?
Assolutamente sì. Ho giocato per ben sette stagioni con la maglia del Napoli, lì ho vissuto la maggior parte della mia carriera calcistica, cose belle e cose meno belle, come retrocessioni, vittorie di campionati di Serie B, infortuni, ecc. Dico spesso che “sotto ogni maglia, indosso quella azzurra”, perché con i partenopei ho dato tutto me stesso e perché è stata la parentesi più significativa di tutte.

Perché, ad un certo punto, ti venne tolta la fascia di capitano?
Ci sono state tante cose che, nell’anno della retrocessione, non mi sono piaciute. Ho avuto discussioni con alcuni compagni e anche con la società. Inoltre, una brutta pubalgia ha condizionato la mia stagione. Per potermi curare, non ho partecipato al ritiro estivo della squadra. Mondonico mi chiedeva di essere in campo a tutti i costi, e la mia disponibilità ha contribuito a peggiorare la situazione. Le mie prestazioni erano negative e nessuno, né io né la società, ha mai detto che giocavo in condizioni fisiche pessime. Credo che questo abbia profondamente influenzato il rapporto con i tifosi, che si incrinò inevitabilmente. Sapevo che la Reggina era molto interessata a me e che aveva costruito una squadra per vincere il campionato di Serie B. In un ritiro particolare, De Canio mi comunicò che non sarei più stato il capitano del Napoli. Io gli risposi: “Va bene, allora vado via”. Ho mantenuto la parola, approdando a Reggio Calabria. Il destino ha voluto che la partita fondamentale della stagione, Napoli-Reggina, in cui la Reggina con il pareggio avrebbe centrato la promozione e il Napoli, al contrario, sarebbe rimasto in Serie B, finisse in parità. Io ero ancora sotto contratto con il Napoli. Vi lascio immaginare tutto ciò che comporta tornare a Napoli dopo una partita del genere.

Con la Reggina hai collezionato poche presenze, ma è stata la squadra che ti ha accolto dopo il travagliato periodo al Napoli e con cui hai ottenuto una nuova promozione in Serie A. Che ricordi hai dell’annata in amaranto?
Purtroppo, i problemi fisici emersi già nella stagione con il Napoli mi portarono ad essere ricoverato in ospedale per 45 giorni a causa di una setticemia, appena arrivato a Reggio Calabria. Fui costretto a fermarmi per sei mesi, rientrando in gioco solo nella fase finale della stagione. Ho giocato poche partite, tra cui proprio quel Napoli-Reggina, ma sono consapevole di aver dato il mio contributo alla squadra, nonostante le difficoltà. I problemi fisici avvertiti a Napoli non erano inventati, condizionarono anche tutta la mia stagione successiva. In ogni caso, ricordo benissimo la festa organizzata per la promozione, con centomila persone sul lungomare di Reggio. Ho dei bellissimi ricordi. Sono stato a Reggio proprio la scorsa settimana. Ho tanti amici, lì.

Nel 2003 diventi un giocatore del Genoa, che retrocede dalla Serie A alla Serie C1 a causa dell’illecito commesso da Enrico Preziosi. Cosa ti ha spinto a rimanere?
Il primo anno abbiamo giocato il campionato di Serie B. Conquistammo la salvezza, e Preziosi costruì una grande squadra per vincere lo scudetto. Lo vincemmo e salimmo in Serie A. Mentre eravamo in ritiro, arrivò la famosa “sentenza della valigetta” e in un attimo ci ritrovammo dalla Serie A alla Serie C. In quel momento, molti giocatori decisero di andar via. Preziosi mi chiese se volessi proseguire l’esperienza con la maglia del Genoa anche in Lega Pro, e io accettai. Quell’anno, vincemmo il campionato. Nei miei tre anni al Genoa, due sono stati vincenti: la vittoria del campionato di Serie B e di quello di Lega Pro sotto la guida di Vavassori.

Il ricordo sportivo più bello?
La vittoria ai calci di rigori in Coppa Italia nel match Napoli-Inter, con 90.000 persone al San Paolo. Riuscimmo a vincere contro i nerazzurri, volando in finale contro il Vicenza.

La soddisfazione più grande nelle vesti di allenatore?
Senza dubbio la vittoria dei playoff nazionali con il Sestri Levante e quella del campionato italiano con l’Under 17 della Roma.

Oggi, vorrei essere il difensore di quale squadra? E perché?
Vorrei difendere nella Roma. Negli ultimi anni, i giallorossi hanno sempre cercato allenatori che proponessero un certo tipo di calcio, come Luis Enrique, Di Francesco, Fonseca, Garcia. Hanno sempre avuto le idee ben precise su quale tipo di difensori cercare. Smalling, per esempio, è un calciatore che mi piace tantissimo, secondo me il prototipo del difensore della Roma.

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