Dario Marcolin in esclusiva a SuperNews

“Champions League oggi imprevedibile, l’Atalanta potrebbe vincere la competizione. Pirlo? La società non gli lascerà fare un salto nel buio”

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Dario Marcolin
Dario Marcolin

La redazione di SuperNews ha avuto il piacere di intervistare Dario Marcolin, ex giocatore di Lazio, Sampdoria, Cagliari, Genoa, Cremonese. Tecnico e vice allenatore di Mancini nell’Inter del 2008, oggi commentatore e opinionista di Dazn, Marcolin giocò nel club biancoceleste del 1999-2000, in un’annata storica e ricca di successi. Con la Lazio, infatti, l’ex centrocampista conquistò un insperato scudetto nel 2000, due Coppa Italia, una Supercoppa, mentre in ambito internazionale vinse con i biancocelesti la Coppa delle Coppe e la Supercoppa Uefa. Nella Sampdoria, poi, assunse un ruolo da protagonista, indossando anche la fascia di capitano. Marcolin, dopo aver fatto un tuffo nel passato, ha risposto ad alcune domande relative alla promozione di Andrea Pirlo come allenatore della prima squadra della Juventus e al percorso dell’Atalanta in Champions League.

Hai esordito in Serie A con la Cremonese, dopo aver trascorso le giovanili al Rigamonti. Che ricordo hai del tuo debutto?
Il mio debutto è stato inaspettato. Mi allenavo con la prima squadra, quando un giorno, prima di andare allo stadio, l’allenatore Tarcisio Burgnich mi disse: “Preparati, perché giocherai titolare contro il Milan”. Mi sembrava di sognare: debuttavo a San Siro con il Milan di Sacchi, con il Milan di Rijkaard, Baresi, Baumgartner. Era il 18 febbraio 1990. A partire da quella data ebbe inizio la mia carriera, poiché da quel momento in poi iniziai a giocare titolare con costanza.

Con la maglia della Lazio hai vinto tantissimo, principalmente nella straordinaria stagione 1999-2000. Hai conquistato uno scudetto, due Coppa Italia, una Supercoppa, e in ambito internazionale una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Uefa. Perché la Lazio è riuscita a vincere così tanto in quell’annata?
Era una squadra costruita per vincere. Avevamo in rosa giocatori come Simeone, Mancini, Salas, un club paragonabile alla Juventus di oggi, con degli obiettivi da raggiungere e con la capacità di arrivare in fondo alla stagione. Quella fu un’annata particolare. L’anno prima non siamo riusciti a vincere lo scudetto, perché il Milan riuscì a scavalcarci in classifica. L’anno dopo, invece, a nove giornate dalla fine siamo riusciti a recuperare nove punti alla Juventus di Carlo Ancelotti. Quel famoso gol di testa di Simeone dal limite dell’area innescò nei calciatori quella convinzione di poter rimontare i bianconeri, che iniziavano un po’ a zoppicare. Al contrario, noi eravamo in una buona condizione fisica e la qualità dei giocatori biancocelesti era altissima, con quella rosa avremmo potuto vincere contro chiunque. Questa motivazione ci consentì di vincere l’ultima partita di campionato, in casa contro la Reggina. Aspettavamo soltanto il risultato della gara di Perugia, sospesa per pioggia da Collina e poi ripresa. La Juventus fu sconfitta per 1 a 0, e noi inaspettatamente vincemmo lo scudetto, grazie ad un punto in più rispetto ai bianconeri. Questo traguardo ha spinto la Lazio a credere nei suoi mezzi e ad ambire alla vittoria di nuovi trofei.

Sei stato collaboratore tecnico di Mancini, nell’Inter del 2008. Che tipo di esperienza è stata per te?
E’ stata un’esperienza fondamentale per me. Dopo la parentesi come secondo allenatore del Brescia in Serie B, Roberto mi chiamò per raggiungerlo all’Inter. In un club come quello nerazzurro un solo tecnico non basta. Infatti, eravamo in quattro per cercare di essere presenti su tutti i fronti: Mancini, Mihajlovic, Salsano e io. E’ stato un grande lavoro di collaborazione, ho avuto la possibilità di muovere i primi passi da allenatore. Considero un onore aver fatto parte di uno staff come quello, che mi ha permesso di imparare il mestiere di allenatore da Roberto.

Hai dei rimpianti legati al tuo percorso calcistico?
Ho fatto una scelta nella mia carriera calcistica, quella di giocare, anche se poco, in grandi club che puntavano a vincere qualcosa piuttosto che giocare in squadre senza troppe ambizioni. Nonostante io non avessi la stessa garanzia di chi sapeva di essere titolare, mi piaceva sentirmi parte del gruppo.

Il ricordo più bello degli anni del calcio giocato?
Sicuramente l’anno in cui, io e miei compagni biancocelesti, vincemmo lo scudetto. Ho visto materializzarsi un sogno e consolidarsi un gruppo molto forte. Altri bei ricordi sono legati agli anni alla Sampdoria. Lì sono ritornato ad essere il Marcolin di sempre, quello che giocava con continuità e per di più con una fascia di capitano sul braccio. Nei blucerchiati sentivo di essere un leader. Ho provato delle grandi emozioni con quella maglia.

Andrea Pirlo è ufficialmente il nuovo allenatore della Juventus. Cosa pensi di questa scelta della dirigenza bianconera?
Pirlo è un simbolo della Juventus, come Buffon, Chiellini, Bonucci e Barzagli. La Juventus dei nove scudetti vinti la ricordiamo principalmente per il blocco difensivo Chiellini-Bonucci-Barzagli, piuttosto che per i suoi attaccanti. Credo che per Andrea questa sia una grande occasione. La società lo tutelerà, non gli farà fare un “salto nel buio”. La dirigenza gli starà vicino e lo accompagnerà in questa nuova sfida. La Juventus sta adottando una precisa politica, quella di proporre i giocatori che sono stati leader bianconeri come allenatori, perché conoscono loro personalmente, perché ripongono in loro fiducia e poiché conoscono la loro cultura calcistica. Questo fa sì che, oggi, Pirlo sia alla guida della Juventus.

Su cosa deve puntare l’Atalanta per passare il turno contro il PSG?
Credo che ad oggi non si possano più fare i pronostici. Il caldo, la condizione fisica, la tipologia della partita secca, il gioco su campo neutro sono tutti elementi che influenzano le gare in maniera imprevedibile. Per questa ragione l’Atalanta potrebbe anche vincere la Champions League. In ogni caso, credo che i nerazzurri di Gasperini, per il modo in cui giocano e per la qualità e fisicità che possiedono, possano arrivare fino in fondo alla competizione.

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