Mondiale in Qatar le opinioni

Punti di vista su cui riflettere in questi 47 giorni senza pallone, per noi italiani

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Mondiale in Qatar le opinioni
Mondiale in Qatar le opinioni.

Mondiale in Qatar le opinioni. “Sembra che Disneyland si sia trasferito in Qatar … dinanzi a tale prospettiva debbo presumere che il prossimo Mondiale potrà essere il migliore di sempre, perché come tutti sanno quella è una terra che moltissimo ha dato allo sviluppo del football, con un bacino di calciatori davvero unico, con allenatori tutti ricercati dai top club europei. Sto fantasticando o mi sto adeguando alle parole dell’orchestra FIFA?”. Con sferzante ironia Tony Damascelli risponde così ad un lettore de Il Giornale. Dietro questo uso del paradosso vengono a galla verità eclatanti. Ovvero che non serve avere un Pantheon calcistico – o anche solo sportivo – per ambire ad entrare nell’élite pallonara. Il Mondiale ha smesso di essere conservatore per diventare rivoluzionario. Sudafrica 2010 è il punto di rottura: paese dalle mille sfaccettature etnico-sociali, ha utilizzato la rassegna per riabilitare la sua immagine, tant’è che proprio quell’anno entrò a far parte del BRICS. Poi siamo andati nel Brasile idealizzato costruito dalla politica: Lula (oggi appena rieletto) riuscì a vincere le candidature per il Mondiale 2014 e l’Olimpiade 2016, usando i tornei come vessillo della crescita, osservando però i dati la situazione economica brasiliana non è affatto cambiata. Nel 2018 Vladimir Putin, festeggiato con cori dalla nazionale francese all’entrata in spogliatoio (come cambiano i tempi), era riuscito a portare la manifestazione nell’ex blocco sovietico, dove di fianco la corruzione si stagliava un’imponente cultura sportiva, ereditata dal socialismo. Senza dimenticare l’Oriente estremo nel 2002 (maledetto Moreno), che aveva aperto la strada a queste nuove sfere d’influenza. Tutti questi fatti da me citati costituiscono l’architrave sulla quale si è poggiato il ritratto irrealista del Qatar che la FIFA sta cercando di darci col biberon, mentre ci culla. Ma non siamo bambini, siamo abbastanza capaci di leggere i dati: 1 euro all’ora per 14/18 ore di lavoro giornaliero, sotto ogni incombenza metereologica, con 6500 morti nei cantieri dal 2010; 8 stadi per 416mila posti a fronte di 2 milioni e mezzo di qatarioti: anche se d’un tratto si ingaggiassero Ronaldo e Messi, dopo questo Mondiale il campionato locale non attrarrà mai mezzo milione di persone a settimana. Tutto è pura follia, anche le promesse di conversione degli stadi in aree polifunzionali-ricreative-ludiche. A maggior ragione perché dopo il primo impatto non sembra che i giovani qatarioti stiano crescendo in un posto aperto e votato alla modernità. Di moderno avranno solo queste cattedrali nel deserto.

Opinioni sul Mondiale in Qatar, principi del mondo arabo

Eccoci in questa parte di mondo tristemente conosciuta ma felicemente pubblicizzata. Questa volta per accedere ad un primo piano del mondo arabo non dovremmo accendere al-Jazeera, basteranno i canali nazionali. Dico tristemente conosciuta perché purtroppo oppressa dal fondamentalismo religioso e manovrata dalla politica di stampo islamico, che speravamo si estinguesse nel ‘900. Dico felicemente pubblicizzata perché non si contano certo sulle dita gli influencer che si sono venduti agli stati della penisola (Arabia Saudita in primis). Si vendessero per la bellezza naturale e mistica delle terre deserte; fossero degli esteti in cerca del piacere della natura selvaggia, li capirei anche. Ma spingono l’esatto contrario, le città fatte con lo stampino, distese di reticolati in cui si intrecciano grattacieli per pochi e baraccopoli per molti. Non stupisce di conseguenza l’operazione di promozione della rassegna: Qatar rappresentato come terra inesplorata, pulita, dominata dall’andamento delle dune spostate dal vento. Macché, se in un fazzoletto di terra grande come l’Abruzzo ci sono 8 stadi da Premier League, miriadi di autostrade fresche, linee metropolitane nuove di zecca e addirittura trasporto acquatico nelle bianche acque del golfo per i VIP. Bisogna riconoscere che la ricchezza degli Al-Thani ha messo in piedi un micro-stato che probabilmente in futuro continuerà ad apparire sulla cartina sportiva, anche solo per la F1, con la quale i sultani hanno firmato il contratto più lungo della storia. Chi però è già arrivato sotto questi ecomostri del deserto, ha capito che l’aria sa di un passato stantio. Non si riesce a vedere l’Arabia dei Suk e deli suoi costumi, dinanzi alle uscite dei diplomatici. Abbiamo assodato che per loro l’omosessualità è una malattia mentale, e il carico finale è stato messo proprio da uomini di governo che in settimana hanno ribadito come “bisogna rispettare la nostra cultura”. Non pensavamo però che il giornalismo autorizzato fosse un problema: lo ha constatato un reporter danese la cui diretta è stata interrotta e condita da minacce all’integrità della telecamera. Fa altamente ridere invece la restrizione sulla birra, da 21 anni in su al prezzo di 14 euro, per un massimo di 4 pinte ciascuno entro un limite orario, accompagnata dal divieto di introdurre nel paese carne di maiale. Per chiudere con quello che è un fatto attualissimo, pensate al CT portoghese dell’Iran Carlos Queiroz, che ha risposto ad un giornalista britannico circa la questione delle donne dicendo: “Pensa al tuo paese e cosa fa con gli immigrati”. Evidentemente i rappresentanti di questi paesi si sentono legittimati a comportarsi così, sotto l’ombrello ideologico del Qatar. Se il Qatar è allergico al mondo, ha sbagliato di grosso a portarsi in casa il morbo.

Opinioni sul Mondiale in Qatar, siamo senza campionato

“Succede quello che non sarebbe mai dovuto succedere: il campionato di calcio del nostro paese si ferma … Vedo gente che cammina dentro le proprie case, come novelli Amleto, chiedendosi: essere, o non essere? Purtroppo è così: una forza superiore (il denaro degli sceicchi) ha decretato l’interruzione del calcio mondiale fino a gennaio … E badate che l’interruzione non è un concetto tanto facile da accettare, perché prevede che avvenga proprio il contrario di ciò che sarebbe normale succedesse”. Così Sandro Bonvissuto su la Repubblica, che analizza perfettamente quanto l’insolito, l’impronosticabile, scompaginerà questi nostri due mesi. Fa male non esserci, perché effettivamente nessuno aveva pensato di passare 50 giorni guardando i tedeschi e i francesi gioire, mentre noi non possiamo consolarci neanche con la Serie A. Si perde l’atmosfera da Sabato del villaggio, l’attesa endemica del grande spettacolo; scompare l’effetto piazza, il ricordo della serata sotto il maxischermo rievoca bei periodi andati. Il termine “interruzione” calza perfettamente e ci fa capire quanto lo spostamento in inverno ammazzi il senso del calendario calcistico: Mondiali ed Europei come ponte tra una stagione e l’altra dell’infinito fluire del gioco. Ammettiamo che questa interpretazione nasce perché siamo italiani e rosichiamo: avrebbe mai potuto Bonvissuto fornire un’analisi del genere con la nazionale campione d’Europa pronta a ricreare l’effetto Wembley su questo palcoscenico? Certo che no. Lo stop al campionato collegato ad una festa la quale non siamo invitati ci ferisce perché: “Il campionato di calcio è il grande medicinale che ci serve per sopravvivere … Il calcio è diventato una cosa vitale … forse perché è davvero lo sport più bello del mondo”. Tutti a goderselo, tranne noi, lo spettacolo più bello del mondo. Nonostante non sia il migliore sulla terra, il nostro campionato è l’unica cosa di cui avevamo bisogno. Mettiamoci l’anima in pace e guardiamo questo Mondiale, almeno per aggiornarci sulla questione Qatar, sta a loro raddrizzare il tiro dopo le prime uscite infelici.



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